ARCHIVIO DIOCESANO CONVERSANO – presentazione libro 21 dicembre / 200° anniversario della morte di Gennaro Carelli

1. Prima di lui – il conversanese Gennaro Carelli – era già avvenuto tre volte che ecclesiastici di Conversano fossero stati nominati vescovi della loro stessa città. Una prima volta nel 1423, anno in cui all’arcidiacono della cattedrale di Conversano Antonio Domininardi era stato affidato il governo episcopale della sua città. Si era concluso appena da un quinquennio lo Scisma d’Occidente (1378-1417) che aveva visto avvicendarsi e intersecarsi in contemporanea sul seggio di Pietro tre successioni di papi di obbedienza romana, francese e pisana, con uguali riflessi delle tre obbedienze nella sede vescovile di Conversano, dove Stefano Alfano, già di obbedienza romana per aver ricevuto la provvisione da papa Bonifacio IX nel 1403, era passato a quella pisana ricevendo da papa Giovanni XXIII il 1412 l’incarico di collettore pontificio nelle diocesi pugliesi; con l’elezione di papa Martino V che pone fine a questa profonda lacerazione nella Chiesa, l’Alfano nel 1423 era stato riconfermato come nostro pastore.

L’arcidiacono Domininardi aveva dunque vissuto tutto il dramma universale e locale, e la sua persona doveva essere stata scelta da papa Martino V il 9 settembre 1423 come quella dell’autorità locale più consona con le sue indubbie qualità a sedare ogni eventuale rigurgito scismatico, a rappacificare definitivamente la compagine ecclesiastica e la comunità dei fedeli e a farle decollare nella fede.

Una seconda volta era accaduto nell’epoca in cui segniamo convenzionalmente la transizione dal Basso Medioevo all’età moderna. Il ventiquattrenne protonotario apostolico Donato Acquaviva d’Aragona, figlio del conte Giulio Antonio ucciso nel 1481 dai turchi nell’assedio di Otranto, il 3 dicembre 1498 riceve in amministrazione Conversano fino al compimento del 27° anno d’età, quando vi entra a pieno titolo come vescovo.

Ancora una terza volta era avvenuto che verso la metà del ’700 un conversanese era stato nominato vescovo della sua città, ma non proveniva, come si dice, e gremio capituli. Si trattava di Michele Tarsia, a cui papa Benedetto XIV aveva affidato il governo pastorale il 24 gennaio 1752. Era entrato nell’Ordine dei Pii Operai, aveva conseguito il titolo di dottore in utroque (ossia civile e canonico) alla Sapienza di Roma e per queste sue competenze giuridiche era stato cooptato dalla badessa del monastero di S. Benedetto di Conversano per difendere la giurisdizione nullius badessale contro le rivendicazioni del vescovo di Conversano. Quando poi diviene vescovo da avvocato badessale passa a diventare per così dire pubblico ministero della giurisdizione vescovile.

Ora sul finire del Settecento un arciprete nativo di Conversano viene scelto da Roma a guidare da vescovo la sua città. Era Gennaro Carelli al quale papa Pio VI volle dare la provvisione il 18 dicembre 1797. Nicola Vecchi infatti lasciava il governo pastorale di Conversano iniziato il 27 aprile 1792 e veniva trasferito a Teano il 18 dicembre 1797. Non conosciamo il motivo di questo trasferimento, ma certo doveva aver qui lasciato il segno della suo incisivo magistero soprattutto con il suo dotto Catechismo, se a distanza di diversi anni Giuseppe Antonio Tarsia dedica a lui e non già al conversanese Carelli le sue Memorie istoriche.

Infine alla sua morte, dopo quasi un biennio di sede vacante, a un altro conversanese Roma affiderà il compito di svolgere il ministero episcopale nella comunità della propria terra natale, scelto anche lui e gremio capituli in cui era primicerio: era suo fratello Nicola, nominato dal papa Pio VII il 21 febbraio 1820.

7. Breve conclusione. Queste linee descrittive e documentarie rapidamente abbozzate non definiscono certo tutta l’attività pastorale del nostro Carelli. Egli si pone con il suo episcopato proprio sul crinale del trapasso storico tra età moderna e quella contemporanea. È uomo del secolo dei lumi, è testimone delle rivoluzioni, quella giacobina in Francia, quella napoleonica nel regno di Napoli, e della restaurazione in Europa e nel regno di Napoli con le feroci epurazioni borboniche.

È l’angosciato spettatore dapprima dell’annessione dello stato pontificio da parte di Napoleone il 17 maggio 1809 e, in seguito all’immediata scomunica papale, dell’arresto di Pio VII e della sua prigionia in Francia fino alla caduta di Bonaparte, quando il 24 maggio 1814 gioisce per il suo rientro a Roma. Ecco perché le relazioni ad limina durante questo tempo a cominciare dall’episcopato di Nicola Vecchi fino alla relazione di Giovanni De Simone il 5 febbraio 1829 risultano del tutto assenti, registrando un ripetitivo formulario di impossibilità d’adem-pimento e la richiesta di ulteriore proroga: Il moderno vescovo di Conversano oratore umilissimo delle Eminenze Vostre espone che essendo per spirare la proroga accordatagli per visitare i sacri limini, e per trasmetter la relazione di quella Chiesa, e non potendo al presente adempire a tali pesi, supplica perciò per una benigna proroga, con la variante: Il vescovo di Conversano non ha potuto visitare la sua diocesi per l’invasione dei francesi nel regno di Napoli, supplica per una proroga a mandare la relazione dello stato della sua Chiesa visitare li sagri limini.

Ma proprio dai francesi s’irradia su questo suo incupito episcopato una luce che con un taglio dell’inestricabile nodo gordiano mette fine alla secolare giurisdizione badessale mediante il suddetto decreto murattiano del 2 maggio 1810 e consegna al vescovo la Terra di Castellana. Restava ancora pendente quella su Rutigliano, ma anche questa fu soppressa insieme a tutte le altre prelature inferiori che aveano giurisdizione quasi vescovile con decreto del 20 giugno 1811.

In tal modo dopo la giurisdizione estesa sul territorio di Putignano con la decretale di Benedetto XIV del 14 marzo 1743, l’episcopato conversanese aggregava tutte quelle città che hanno costituito la diocesi di Conversano fino al 1986, quando nella nuova geografia delle diocesi in Italia è stata unita a quella di Monopoli per costituire “un solo gregge sotto un solo pastore”.

Lungo il suo episcopato soprattutto dopo la restaurazione, il presule doveva aver avvertito anche a Conversano il malessere intellettuale contro il regime borbonico e poi forse colto anche i timidi fermenti di un “risorgimento” delle coscienze, che da anelito diverranno segni concreti per un’Italia una e indipendente; coscienze in tormento e che si troveranno così “fuori” della Chiesa, perché contrari al potere temporale dei papi e fautori di un ritorno di aderenza alle fonti evangeliche, e perciò in contrasto con l’intransigenza dell’alta e bassa nomenclatura clericale, che a sua volta esasperava uno spirito manicheo avverso a ogni novità, al punto da indurre papa Gregorio XVI a opporsi all’introduzione delle ferrovie nei suoi stati, perché con le comunicazioni rese più agevoli si poteva facilitare la diffusione delle idee liberali, come anche a impedire d’introdurre l’illuminazione a gas per timore di agevolare convegni notturni.

Si aprirà lungo questo secolo all’interno della Chiesa un’accesa dialettica tra cattolici intransigenti e cattolici liberali che rivendicavano libertà di coscienza, di pensiero e di culto, istanze bollate dal Sillabo del papa Pio IX e che solo nel concilio Vaticano II troveranno finalmente diritto di cittadinanza perché essenza stessa dellaDignitatis humanae.

Infine non ci sono rimaste sue lettere pastorali che ci avrebbero consentito di cogliere le problematiche nella sua “vigna” diocesana e il suo conseguente taglio pastorale. Peraltro, dopo il sinodo tenuto e pubblicato dal vescovo Giuseppe Palermo nel 1660, dobbiamo aspettare fino al 1849 per una lettera pastorale, la prima, che Giuseppe Maria Mucedola rivolge a tutto il clero della diocesi.

In conclusione un vescovo ripetutamente trafitto dal dolore nel contesto storico in cui si dispiega il suo episcopato, e ripetutamente investito di esultanza per il ripristino giurisdizionale, un vescovo conversanese dedito alla sua città natale e alla sua plurisecolare diocesi con un amore del tutto particolare coniugato con quello che ogni pastore di estrazione geografica diversa nutre per la Chiesa nella quale viene inviato a prestare il suo umile servizio.