Piano rifiuti, gestione pubblica una piccola rivoluzione. Ora trasformare l’Agenzia regionale in Azienda speciale per l’affidamento di impianti e servizi  
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Piano rifiuti, gestione pubblica una piccola rivoluzione. Ora trasformare l’Agenzia regionale in Azienda speciale per l’affidamento di impianti e servizi  

Sergio Blasi

Consigliere regionale Pd in Puglia

Il nuovo Piano di gestione dei rifiuti presentato ieri dal presidente Emiliano e il commissario Grandaliano va nella direzione giusta. Ribaltare i rapporti di forza tra il pubblico e il privato in favore del primo, così da puntare a una gestione interamente pubblica degli impianti e dell’intero ciclo dei rifiuti, è una piccola grande rivoluzione, che va sostenuta, migliorata e portata fino in fondo. Non ho problemi a dirlo, proprio perché non ho mai risparmiato critiche all’operato del presidente Emiliano. Ma occorre aggiustare il tiro.

Nella conferenza stampa di ieri Grandaliano ha avanzato l’ipotesi di affidare la gestione della parte pubblica del ciclo dei rifiuti ad Aqp o Amiu. Credo sia una forzatura. A ciascuno il suo mestiere. Da tempo sostengo che una conversione al pubblico del ciclo dei rifiuti passa attraverso la trasformazione di parte dell’Agenzia territoriale regionale in un’Azienda speciale per la gestione diretta di impianti e servizi. Stile Cottarina, insomma, un modello che si fonda sull’introduzione della tariffa puntuale, basata sul principio europeo di “paga quanto produci”, che si può leggere anche come “meno produci, più risparmi” e che ha come obiettivo tendenziale il cosiddetto “rifiuto zero”, proprio come ha ribadito Emiliano.  Questo significa lavorare sull’efficienza, sulla sostenibilità e su un sostanziale abbattimento delle tasse per tutti i cittadini. In quest’ottica di efficienza e sostenibilità vanno pensati anche i tre impianti di compostaggio di prossima costruzione in Puglia, di cui uno nel Salento. E’ fondamentale – lo ribadisco ancora una volta – che lo smaltimento della frazione umida avvenga per mezzo di un processo aerobico e non di “digestione anaerobica”. Quest’ultima produce gas combustibili (metano e altri gas) e un compost di pessima qualità se non addirittura un ulteriore rifiuto da smaltire in discarica. Quella aerobica, invece, demolisce la sostanza organica in modo “naturale” e non produce gas combustibili ma un fertilizzante ottimo per impieghi in agricoltura e florovivaismo nella forma di compost di qualità. Ma non solo. Per ridurre al minimo l’impatto sulla vivibilità dei territori, gli impianti dovrebbero essere di più piccole dimensioni. Sarebbe quindi opportuno dimezzare la portata, riducendola da 50 a 25 tonnellate, e raddoppiare il numero degli impianti previsti nei rispettivi territori: invece di tre impianti da 50 tonnellate, 6 impianti da 25. Nella provincia di Lecce nascerebbero così due impianti di compostaggio, che garantirebbero una più funzionale occupazione del territorio, oltre che un alleggerimento del traffico su gomma di mezzi pesanti.

Insomma, se rivoluzione dev’essere, rivoluzione sia. Non facciamo le cose a metà.

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